L'assegnazione del premio al neo-eletto Barack Obama aveva generato non poche polemiche lo scorso anno, e non è da escludere che dietro la provocazione di questa proposta sui generis ci sia proprio un certo scontento per la decisione non certo inattaccabile della giuria.
Comunque si voglia interpretare questa candidatura, e che si appoggi o meno l'ipotesi di una vittoria della rete come mezzo di pace, nessuno potrà certamente negare l'enorme potenziale che essa ha dispiegato e messo a disposizione dei soggetti, specie di quelli con minor libertà di pensiero e parola. Migliaia di contenuti raggiungono in un clic le zone più disparate del pianeta, mettendo in contatto uomini e donne senza soluzione di continuità spaziale né temporale, in un immenso discorso fatto di rimandi (link) e citazioni continue, di novità e curiosità, di informazioni utili e tonnellate di stronzate abissali.
Se per noi occidentali internet rappresenta ormai il mezzo principe per comunicare e informarci, ma anche per esprimerci liberamente attraverso immagini, suoni o parole, per molti paesi del terzo mondo esso rappresenta una risorsa ancora tutta da sfruttare, con risultati che al momento possiamo soltanto immaginare.
Oltre a candidare la rete a pretendente per il premio, Wired durante l'ultimo anno ha raccolto testimonianze di numerosi giornalisti, scrittori, cantanti e blogger che appoggiassero l'iniziativa (da Umberto Veronesi al già nobel Shirin Ebadi, da Alessandro Baricco a Nichi Vendola), mostrando volta per volta la capacità della rete di abbattere le barriere e unire gli uomini verso obiettivi comuni, come è accaduto in occasione della rivolta post-elettorale iraniana.
Non sono tuttavia mancate le critiche: la più fondata sottolinea come la rete, in fondo, sia pur sempre un prodotto uomano, come di provenienza umana sono anche i contenuti in essa rintracciabili, e che sarebbe sconsiderato togliere importanza ai soggetti illustri che con la propria testimonianza hanno fatto della rete quel che è ora. Così nomi di blogger quali la dissidente cubana Yoani Sanchez (anch'essa fiera sostenitrice dell'importanza della rete, comunque) o l'attivista cinese Liu Xiaobo (imprigionato il 25 dicembre dello scorso anno) sembrerebbero più apprezzabili ed esemplari, considerato il loro impegno costante e sostenuto a costo anche di gravi sofferenze personali (emozioni e sentimenti che internet ovviamente non può comprendere o patire).
La commissione di Oslo si troverà di fronte ad un bel dilemma, ma forse in realtà l'obiettivo che i tanti sostenitori della candidatura della rete si erano posti è già stato raggiunto: far prendere coscienza delle infinite possibilitàche la rete offre non solo in termini di intrattenimento, ma anche e soprattutto in nome di una rinnovata partecipazione che veda tutti i cittadini del mondo discutere apertamente e, soprattutto, liberamente.
Se l'obiettivo era far prendere coscienza dell'importanza della rete ok,ma x favore nn parliamo di candidature al premio nobel!!internet é solo un prodotto della mente umana e come tale nn ha meriti né colpe!
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